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martedì, agosto 02, 2005

Forse adesso l'Europa dirà la verità sul clima
di Neil Collins
 
Il 6 giugno è stato un giorno in cui le buone notizie venivano seppellite. La commissione scelta della Camera dei Lords sugli affari economici non poteva prevedere la decisione bizzarra del Comitato Olimpico Internazionale, che ha fatto passare inosservato il loro rapporto su "L'economia del cambiamento climatico" - e sappiamo tutti quello che successe all'indomani..
 
Ma questo rapporto è un documento sensazionale. E' nei fatti un attacco all'accordo di Kyoto nel suo punto più debole: la scienza su cui si regge. La commissione massacra l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l'organismo sui cui "studi" si è costruito il Protocollo.
 
Il linguaggio, naturalmente, trattandosi dei lord, è flemmatico.
 
"Abbiamo delle perplessità sull'obiettività della procedura dell'IPCC," scrivono, "con alcuni scenari riguardanti le emissioni e con una documentazione sommaria a quanto pare influenzati da considerazioni politiche. Ci sono dubbi significativi riguardo ad alcuni aspetti dell'esercizio sugli scenari per le emissioni dell'IPCC.... il governo dovrebbe premere perché l'IPCC cambi approccio. Ci sono alcuni aspetti positivi nel riscaldamento globale e questi sembra che siano stati marginalizzati nei rapporti IPCC . . ."
 
C'è molto di più, ma abbiamo reso l'idea.[...]
 
La commissione è composta da 13 persone, fra cui due ex Ministri del Tesoro, un ex Governatore della Banca d'Inghilterra e tre prestigiosi economisti. Purtroppo per qualcuno, verrebbe da dire, comprende anche Sir David Wallace, vice-presidente della Royal Society. Questi è l'uomo che aveva scritto, nella sua veste ufficiale, ai giornalisti in aprile per avvertire che "ci sono alcuni individui ai margini.... che tentano di mettere in dubbio il consensus scientifico sull'effetto serra".  Era un appello a noi perché fossimo "all'erta contro i tentativi di presentare una visione distorta delle prove scientifiche". [ ..... ]
 
La settimana scorsa il colpo di scena guidato dagli USA:  lanciata la Asia-Pacific Partnership on Clean Development and Climate (Partenariato Asia-Pacifico sullo sviluppo pulito e il clima). Sottoscritto da  Australia, Cina, India, Corea del sud e Giappone, il piano tenta di trovare soluzioni pratiche al posto dell'invito a indossare il cilicio. Mentre il vice Segretario di Stato  americano Robert Zoellick affermava "non stiamo sottraendo nulla a Kyoto", il sospetto era che stesse recitando la parte di Bruto rispetto a Kyoto - Giulio Cesare.
 
Se così è l'Unione europea sta facendo la parte degli altri senatori, dato che non hanno alcuna chance realistica di raggiungere i traguardi che hanno sottoscritto per il 2012. Avendo accettato limiti irrealistici sulle emissioni di anidride carbonica, con penalità draconiane per chi sgarra, l'esito si profila come una ripetizione della farsa del Patto di Stabilità e Crescita, che doveva controllare i deficit dei governi per i paesi nella moneta unica. [....]
 
 
The Daily Telegraph   ( 01/08/2005)

Postato da: cyberpanc a 08:21 | link | commenti
ecologia

venerdì, luglio 29, 2005

L'impero Romano e il clima

Alcune riflessioni sulla storia dell'Impero Romano e il protocollo di Kyoto

Tra le cause della caduta dell'Impero ro­mano si possono quasi certamente annove­rare le variazioni climatiche. All'epoca della mas­sima espansione, l'Europa e il bacino medi­terraneo godevano di un clima partico­larmente mite; valichi alpini oggi coperti da ghiacciai erano percorribili quasi tutto l'an­no, tanto che vi furono costruite ingegnose strade lastricate. In seguito, tra il IV e il V se­colo, un forte calo delle temperature medie provocò la formazione e l'avanzamento di ghiacciai alpini, con la conseguente chiusura dei principali valichi (tale periodo viene det­to Piccola Età Glaciale Altomedievale). Roma, non riuscen­do più a governare e a mantenere le terre d'oltralpe perse il domi­nio su parte dell'Im­pero. Le stesse condizio­ni climatiche avver­se, impedendo la coltiva­zione delle terre si­tuate ad alte latitudini, spinsero Visigoti, Ostrogoti e Unni a migra­re in massa dall'A­sia centrale e dal Nord Eu­ropa verso le terre dell'Impero.

La storia ci insegna che le grandi variazioni climatiche sono avvenute anche in tempi geologicamente recenti e con conseguenze politiche di notevole portata.

Recentemente si è tenuto a Roma un ciclo di incontri organizzati dal Ministero del­l'Ambiente e della Tutela del Territorio, inti­tolato “Ambiente è Sviluppo”.

Non si tratta di un errore tipografico, quella “e” accentata, ma si vuole lanciare un mes­saggio preciso: l'uomo non è il cancro del pianeta. Anzi “lo sviluppo e la migliore qua­lità della vita migliorano anche l'ambiente” (Paolo Togni, Ministero dell'Ambiente).

Più vi è impiego consapevole ed etico della tecnologia e più assistiamo a uno sviluppo che è anche garanzia di salvaguardia del­l'ambiente.

Queste affermazioni sono supportate da numerosi dati e interventi di scienziati ed esperti che hanno messo in evidenza che i cambia­menti climatici avvenuti anche in passato (compreso quindi quello a cui fac­ciamo rife­rimento all'inizio di questo artico­lo) sono da mettere in relazione molto di più con l'attivi­tà solare, che con le attività uma­ne, che rimangono tuttalpiù “una remota possibili­tà” (Richard Lindzen, MIT di Bo­ston).

L'attività delle macchie solari sembra es­sere la causa principale dei periodi di grande cal­do e delle piccole ere glaciali rilevate anche con l'indagine storica, oltre che scientifica.

Il Prof. Franco Ortolani ha poi fatto presente che il mag­gior sviluppo della civiltà umana si è avuto nei periodi di transi­zione fra le piccole ere glaciali e i periodi di caldo-arido, come a voler stemperare tutto questo allarmismo sui possibili disa­stri che si originerebbero per l'uomo, dal surriscaldamen­to dell'atmosfera terrestre.

Come abbiamo scritto all'inizio, un clima particolarmente mite (in Italia erano presenti belve ora presenti solo nei climi più caldi) ha permesso lo sviluppo dell'Impero Romano e il suo controllo grazie ai valichi alpini sempre liberi.

Viene allora da chiedersi: chi ha ragione? Coloro che fanno sempre e comunque allarmismo demonizzando la capacità dell'uomo di modificare l'ambiente per migliorare la sua qua­lità della vita, oppure coloro che credono nello sviluppo di una coscienza etica che metta sempre al primo posto, per un corretto rapporto con l'ambiente, il rispetto per la vita e la di­gnità del­l'uomo?

E il dibattito sul protocollo di Kyoto? Chi ha ragione? Chi obbliga i paesi industrializzati a costose riduzioni delle emis­sioni di agenti inquinanti, dispensando però da questo obbli­go India e Cina (che insieme producono il 30% dell'inquina­mento mondiale), oppure chi chiede misure, magari meno drastiche, ma appli­cate anche ai paesi in via di sviluppo, ma­gari incentivando la loro crescita tecnologica?

Il dibattito è aperto. L'auspicio è quello che si faccia più in­formazione e meno proclami allarmistici, avendo ben presen­te che non esistono verità certe, neanche sulla pericolosità del­l'aumento dell'anidride carbonica nell'atmosfera. Il prof. Sei­tz, alla conferenza sul clima di Buenos Aires del 1998, avanzò anzi l'idea che un suo aumento avrebbe favorito la crescita delle piante (che infatti la utilizzano per i loro proces­si vitali, producendo poi ossigeno).

Informazione corretta, ricerca scientifica e corretto utilizzo delle risor­se naturali attraverso tecnologie moderne ed eco-compatibili, possono essere forse linee guida per un fu­turo dove lo sviluppo possa sempre più andare al passo con la tu­tela dell'ambiente.

Postato da: cyberpanc a 09:20 | link | commenti
ecologia

martedì, febbraio 15, 2005

 ''Con Kyoto l'Italia dice addio alla crescita''

 
 «L'applicazione del Protocollo di Kyoto potrebbe costare all'Italia una riduzione del Pil fino al 3% nel 2025, con una perdita di 280mila posti di lavoro». È quanto sostiene l'economista americana Margo Thorning, direttrice dell'International Council for Capital Formation (Iccf).


Signora Thorning, le cifre che lei fornisce sono allarmanti. Ma sono davvero affidabili?
Certamente. Sono stime che si basano sia su parametri oggettivi legati agli obiettivi del Protocollo di Kyoto sia sul Piano di azione che lo stesso governo italiano ha approvato nel dicembre 2002. Chi volesse approfondire la ricerca svolta, la può trovare su Internet all'indirizzo www.iccfglobal.org. La questione è che i governi europei stanno sottostimando l'impatto economico del Protocollo.

In che modo inciderebbe sulla nostra economia?
L'Italia potrebbe raggiungere il 43% della riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2010, praticamente senza costi aggiuntivi. Ma per ottenere l'ulteriore riduzione richiesta dovrà necessariamente ricorrere a un aumento generalizzato di tasse per poter acquistare i crediti di emissioni secondo il meccanismo previsto da Kyoto. Questo avrebbe una immediata ricaduta negativa sulla produzione industriale, sul potere d'acquisto dei consumatori e sulla crescita occupazionale. E questo vale anche per gli altri Paesi europei.

Qualcuno sostiene che un prezzo va pagato per tutelare l'ambiente.
Ma Kyoto non è un buon meccanismo per proteggere l'ambiente. Pur ammettendo che il problema sia fermare l'emissione di gas serra - ma già qui c'è molto da discutere - il problema nei prossimi decenni riguarderà soprattutto i Paesi in via di sviluppo: Cina, India e Brasile in testa, cioè proprio quelli a cui il Protocollo di Kyoto non impone alcun vincolo. Perciò la vera sfida è nel garantire il trasferimento di tecnologia pulita ai Paesi in via di sviluppo. Non è pensabile che questo avvenga con massicci trasferimenti di risorse da parte degli Stati; piuttosto si deve puntare sulla cooperazione bilaterale con i Paesi in via di sviluppo incentivando l'industria privata.

E le emissioni dell'Occidente?
L'obiettivo deve essere quello della riduzione dell'intensità energetica (rapporto tra unità di energia e Pil, ndr). Ma in un caso e nell'altro è necessario incentivare ed accelerare la crescita economica, perché questo vuol dire più risorse da investire e per sviluppare la tecnologia necessaria. È la strada imboccata dagli Usa, ma è opposta a quella di Kyoto.

Se le cose stanno così, perché l'Europa è così decisa a sostenere il Protocollo?
Credo le ragioni principali siano due: l'influenza del movimento ambientalista, che non tiene conto della crescita economica; e l'obiettivo politico di avere una leadership mondiale su un qualche tema. A questo proposito c'è chi conta sul "no" americano per poter poi imporre delle sanzioni agli Usa e avvantaggiarsene sul piano commerciale.

Riccardo Cascioli

Da SviPop (Magazine su ambiente, sviluppo e popolazione),
21 Dicembre 2004
http://www.svipop.org

Postato da: cyberpanc a 08:07 | link | commenti
ecologia

domenica, giugno 20, 2004

Una strage in Kenya: dove di agricoltura biologica si muore e gli OGM salvano la vita

di Anna Bono - 19 giugno 2004


Si chiama aflatossina ed è prodotta da un fungo la sostanza che, in sette settimane, ha ucciso almeno 110 persone in Kenya, Africa. Provoca il restringimento delle arterie e una morte dolorosissima.

L'aflatossina si forma nella segale, nelle arachidi, nel mais, specie in quello raccolto troppo secco, molto spezzato e quindi ricco di polveri. Climi caldi e umidi e sistemi sbagliati di essicazione e di stoccaggio ne favoriscono lo sviluppo.

All'inizio di maggio il governo kenyano aveva distribuito 10.000 sacchi di mais in quattro distretti settentrionali del paese colpiti da carestia. Poco dopo la gente incominciò a star male e a morire. Gli accertamenti, ordinati dal ministero della sanità in seguito ai primi decessi, hanno rivelato che circa l'80 per cento del mais distribuito è inquinato dalla micotossina letale.

Adesso l'esercito provvede a requisire le scorte rimaste nei magazzini, ma è quasi impossibile ricuperare tutti i sacchi già consegnati alle famiglie. Negli ospedali locali sono ricoverate più di 200 persone intossicate e si teme che il numero dei morti sia destinato a salire.

È possibile ridurre il rischio aflatossina con adeguati metodi di raccolta e di conservazione del mais, ma non è semplice specie in certe condizioni climatiche. In Italia, per esempio, una parte del mais prodotto nel 2003 per l'alimentazione del bestiame presentava percentuali fuori norma di aflatossina M1: soltanto in Lombardia lo scorso anno è stato gettato via latte contaminato per un valore di oltre otto milioni di euro. Sempre in Italia sono state riscontrate elevate percentuali di un'altra micotossina in diversi campioni di granella di mais analizzati. Si tratta della fumonisina, che si sviluppa nelle piante attaccate dalla piralide: studi epidemiologici condotti in Africa, dove è molto diffusa, hanno dimostrato che la sua assunzione è associata all'insorgere di varie forme di cancro.

La morte di alcune decine di persone in uno stato africano di per se stessa è una notizia di scarsa rilevanza, tanto più considerando che l'Africa ci ha abituato a tragedie di proporzioni ben più terrificanti. Tuttavia induce ad alcune, utili riflessioni.

La maggior parte degli africani coltivano e allevano bestiame secondo le più rigorose regole dell'agricoltura cosiddetta biologica. D'altra parte l'umanità ha prodotto cibi "biologici" per migliaia di anni e gli africani continuano a farlo: si servono di tecnologie elementari, non usano pesticidi né fertilizzanti chimici o perché non li conoscono o perché non hanno denaro sufficiente per acquistarli, per lo più non tentano neanche di conservare e incanalare le acque piovane. Per questo la resa dei terreni e del bestiame addomesticato è di gran lunga inferiore per quantità e per qualità a quella raggiunta nei paesi industrializzati.

Ciò che sta accadendo in Kenya ci ricorda e ci conferma quanto sia infondata l'idea che prima dell'avvento dell'agricoltura moderna l'alimentazione fosse più sicura e sana. Se per la popolazione africana la speranza di vita alla nascita è inferiore a 49 anni (mentre nei paesi sviluppati arriva quasi a 76 anni) e se circa 150 bambini africani su mille muoiono prima di aver compiuto cinque anni (soltanto 10 nei paesi sviluppati) dipende anche dalla qualità del cibo e delle bevande di cui dispongono. In Africa, oltre che di fame, si muore di acqua inquinata, di cibi mal conservati, ricavati da bestiame infetto, da raccolti infestati da virus, batteri, insetti e funghi: il caso del Kenya è tutt'altro che raro.

Per finire, è noto che dei rimedi efficaci all'incapacità dell'agricoltura tradizionale di fornire cibo sicuro e abbondante sono offerti dalle biotecnologie. Ad esempio, il mais Bt, geneticamente modificato, contiene una tossina che lo protegge da parassiti quali la piralide, riducendo significativamente la produzione di micotossine. Ma la demonizzazione degli organismi geneticamente modificati ne ostacola la diffusione persino dove scegliere di adottarli o di respingerli è questione di vita o di morte.

Anna Bono
bono@ragionpolitica.it

























Postato da: cyberpanc a 21:20 | link | commenti (1)

martedì, marzo 02, 2004
Il costo della non ...

“Il costo della non scienza”
Convegno di Galileo 2001

GWN. n.6 -­ Si è svolto a Roma il 19 febbraio un interessante convegno dal titolo “Principio di precauzione: il costo della non scienza”,
Il convegno è stato organizzato dall'associazione Galileo 2001. l'ente che «si prefigge di offrire supporto scientifico ai responsabili Politici e agli organi di informazione allo scopo di evitare che le leggi e i testi di fisica, chimica, biologia, medicina e di scienza in genere, vengano riscritti nelle aule dei parlamenti, prima, e dei tribunali, poi.
Gli autorevoli professori Renato Angelo Ricci, Umberto Veronesi, Giorgio Salvini Tulio Regge, il professor Franco Battaglia, Umberto Tirelli, Francesco Sala, Inko Potrykus, hanno sfatato molti luoghi comuni sui presunti maii che la ricerca e l'innovazione scientifica porterebbe all’umanità in particolare si sono occupati di organismi geneticamente modificati, elettrosmog, surriscaldamento del pianeta.
“Allarmismo e timori intorno alla scienza ce ne sono tanti. -hanno detto- Eppure non ci sono molte dimostrazioni che la ricerca scientifica faccia male. La ricerca viene attaccata, bloccata, frenata dalla paura della novità!”.




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Dal il Sole 24 Ore,&...

Dal il Sole 24 Ore, 
Sul clima vince la disinformazione
di Paolo Togni, Capo di gabinetto del Ministero dell'Ambiente

Negli ultimi giorni la stampa quotidiana ha riservato ampi spazi ad un rapporto del Pentagono relativo al riscaldamento globale del pianeta. Tale rapporto, in verità,non solo non porta alcun elemento di novità nel dibattito internazionale sull’argomento ma rimastica in modo assai piatto luoghi comuni e stilemi già usurati da un’utilizzazione eccessiva.

E’ questo il problema - drammatico - dell’informazione ambientale: o meglio, della disinformazione ambientale. Molti dei temi relativi all’ambiente, come incenerimento dei rifiuti, inquinamento derivante da fenomeni di combustione, incidenza sulla salute umana di taluni fenomeni, presunta incidenza sulla stessa salute umana di campi elettromagnetici o di radioattività, vengono trattati non come sarebbe doveroso alla luce delle conoscenze scientifiche comunemente accettate, ma sulla base di ondate emotive che prescindono dalla conoscenza, dal ragionamento, dalla razionalità, dalla verità.

Anche sul riscaldamento globale ci troviamo di fronte ad una situazione di questo genere. E se è vero che il fenomeno esiste, che è rilevabile, che è ormai percepibile anche in via direttamente sperimentale, è anche vero che nulla giustifica proiezioni catastrofiche e aspettative da fine del mondo quali quelle che sono alla base del rapporto del Pentagono.

Occorre però considerare che il riscaldamento del globo terracqueo, in corso da oltre un secolo e con maggiore incidenza negli ultimi trenta anni, si inscrive perfettamente in un andamento ciclico delle temperature terrestri sperimentalmente riscontrato almeno a partire dal 1000 A.C.. E così, con cicli di circa 400 anni, nel tempo le temperature hanno raggiunto massimi e minimi, e nulla fa pensare che questo andamento largamente consolidato sia destinato a mutare per l’avvenire.

Molte prove potrebbero essere fornite in tal senso: basterà quella, suggestiva e visivamente efficace, delle immagini di esterni riportate su molti quadri di pittori europei degli ultimi sette otto secoli. Vi si vedono, a seconda delle circostanze, i grandi fiumi europei congelati e utilizzati anche per il trasporto di pesanti mezzi su slitta (culmine dell’ultima piccola glaciazione, 1650-1750), oppure come nei quadri anche dell’Europa del nord del XV-XVI secolo, vegetazioni lussureggianti e chiari indizi di un clima subtropicale.

E’ evidente che sull’andamento del fenomeno attualmente in corso svolga un qualche effetto l’attività antropica e specialmente il complesso delle emissioni in atmosfera di inquinanti suscettibili di contribuire alle alterazioni climatiche. Tale effetto, però, non può essere considerato determinante, se riflettiamo sul fatto che di tutte le immissioni in atmosfera di gas cosiddetti climalteranti (anidride carbonica, protossido di azoto, ossidi di zolfo) solo una porzione inferiore al 4 per cento del totale ha origine dalle attività umane.

Certo, sarebbe virtuoso e in qualche misura necessaria, sicuramente utile ridurre la quantità totale di tali emissioni, ma certamente non può essere imputato ad esse il fenomeno dei cambiamenti climatici nel loro complesso.

Se vogliamo scendere un po’ più verso la radice delle cose, dobbiamo constatare che l’atteggiamento e l’orientamento presenti nella cultura dominante  è quello, grettamente conservatore, antiscientista e sostanzialmente iettatorio di chi non riesce a metabolizzare il dato secondo il quale non tutto quello che avviene nel mondo è determinato dall’attività dell’uomo: il quale è ben si in grado di influenzare l’ambiente nel quale vive,  ma (e questo nel male ma soprattutto e fortunatamente nel bene) è anche oggetto di forze e ritmi di carattere generale ai quali non sempre è in grado di resistere.

Se queste considerazioni fossero condivise, la stampa nel suo complesso potrebbe svolgere una più utile funzione di diffusione di una corretta informazione e non dovrebbe limitarsi a porre la massima enfasi nel trasmettere gli allarmi più vari e diversi, come purtroppo per lo più generalmente accade.



Postato da: cyberpanc a 12:38 | link | commenti

mercoledì, febbraio 04, 2004
(ANSA) - LONDRA, 4 F...

(ANSA) - LONDRA, 4 FEB '04 - La Terra si e' automaticamente ripresa da un improvviso riscaldamento globale subito all'epoca dei dinosauri, circa 180 mln di anni fa. E' quanto emerge da una ricerca di alcuni scienziati britannici sulla composizione delle rocce di quel periodo. 'Queste hanno dimostrato - spiega il ricercatore Anthony Cohen - che la Terra puo' combattere il surriscaldamento globale. Cosa bisognera' scoprire, invece - conclude Cohen - e' perche', quando e quanto tempo ci si mette a combatterlo'.
2004-02-04 - 09:24:00

...Fortunatamente la Terra è più intelligente dei tanti ecologisti catastrofisti che pretendono di agire in nome suo (n.d.r.).


Postato da: cyberpanc a 19:34 | link | commenti

martedì, febbraio 03, 2004
Nessuna bomba demogr...

Nessuna bomba demografica, il vero rischio è il declino

GWN n.4 - 2004.­ Il 9 dicembre 2003 la Divisione Popolazione del Dipartimento di Affari Economici e Sociali (DESA) delle Nazioni Unite ha presentato un rapporto dal titolo "WORLD POPULATION 2300."
Si tratta di un insieme di proiezioni sulla popolazione mondiale, ripartita per ogni paese, dal 2050 al 2300. Sono stati ipotizzati 5 scenari diversi a partire da identici assunti: il declino stazionario della mortalità dopo il 2050 e ed il conseguente innalzamento dell¹aspettativa di vita. Inoltre, in tutti gli scenari i fenomeni di migrazione internazionale sono assunti essere zero nel 2050.
Tutti gli scenari partono nel 2050 dai risultati predittivi contenuti nel 2002 Revision of World Population Prospects, un precedente studio dell'ONU che getta il proprio sguardo fino al 2050.
Poste queste condizioni generali sono stati delineati 5 differenti scenari in base ad una diversa stima del tasso di fertilità: medio, basso, alto, a crescita zero e costante, che è considerato lo scenario di controllo.
Nello scenario medio la fertilità totale di ogni paese rimane sotto il livello di ricambio generazionale per circa 100 anni dopo il periodo 1950-2175 e poi cresce e mantiene il livello di ricambio fino al 2300. In quello basso la fertilità rimane sotto il livello di ricambio per quasi tutto il periodo 2050-2300, mantenendosi del 25% minore di quella dello scenario medio fino a che questo raggiunge il livello di ricambio: questo punto la fertilità totale è stimata di 1,85 bambini per donna contro i 2,05 dello scenario medio. In quello alto la fertilità totale dovrebbe essere del 25% superiore a quella del medio nel momento di raggiungimento del livello di ricambio, attestandosi su valori di 2,35 bambini per donna. Nello scenario a crescita zero la fertilità è sovrapponibile a quelle del medio fino a 50 anni dopo il raggiungimento del livello di ricambio; da questo punto si ipotizza un bilancio pari tra numero di nascite e di morti. L'ultimo scenario, quello costante, ipotizza un mantenimento in ogni paese dei livelli di fertilità del periodo 1995-2050. Secondo gli estensori del rapporto lo scenario costante ha scopo puramente illustrativo, perché il trend di un tale modello appare insostenibile. Lo scenario considerato più probabile è quello medio.
Le previsioni dei vari scenari porterebbero nel 2300 ad una popolazione mondiale tra i 2,3 miliardi dello scenario basso ed i 36.4 di quello alto. "La popolazione mondiale ha la potenzialità di attestarsi in ogni punto di questo intervallo", dichiara il rapporto. Lo scenario medio propende per un massimo di 9,2 miliardi nel 2075 ed un declino a 8,3 miliardi nel 2175. Dopo tale data, assumendo ritorno di fertilità ai livelli di ricambio generazionale, la popolazione dovrebbe crescere lentamente come parziale risultato della maggior longevità per raggiungere i 9 miliardi nel 2300.
In tutti gli scenari le variazioni maggiori, in positivo o negativo, della popolazione sono concentrate nei paesi attualmente meno sviluppati.
L'aspettativa di vita dovrebbe crescere, pur mantenendosi differenze tra i paesi più sviluppati e quelli meno. Nel 2300 l'Africa dovrebbe avere la più bassa aspettativa di vita (92 anni), seguita dall'Asia (96 anni) e dall'America Latina (98). Europa, Nord america ed Oceania dovrebbero raggiungere e superare i 100 anni. In Europa l'Europa Occidentale dovrebbe avere aspettativa di vita maggiore di quella Orientale, raggiungendo i 106 anni per le donne e 103 per gli uomini. Il Giappone raggiungerebbe i 108 anni per le donne e 104,5 per gli uomini.
Nel 2300 solo 17 paesi al mondo dovrebbero attestarsi sui 100 anni e più per gli uomini e 10 di questi sono in Europa.
La distribuzione della popolazione mondiale tra il 2100 ed 2300 vedrà i maggiori cambiamenti tra l'Africa da una parte e l'Europa ed il Nord America dall'altra.: la prima, dopo essere molto cresciuta, passerà dal 25% della popolazione mondiale al 23%, i secondi guadagneranno un punto ciascuno, attestandosi al 6 e 7%. Nel 2000, 24 paesi assommavano i tre quarti della popolazione; nel 2100 dovrebbero essere 29 e così fino al 2300. Tre paesi, Cina, India e USA, che capeggiano la lista dei più popolati dovrebbero venir superati dall'India già nella prima parte del 21mo secolo per poi passare dal 17% della popolazione mondiale nel 2000 al 15 del 2200. Cina ed India da sole dovrebbero contenere nel 2100 il 48% della popolazione totale, mentre dal 2050 l'India dovrebbe sorpassare la Cina. L'Europa, sempre secondo lo scenario medio, dovrebbe passare dagli attuali 728 milioni a 611, toccando il minimo nel 2100 con 538 milioni per poi risalire nei successivi 200 anni.
Queste, ovviamente, sono solo previsioni e, come affermato dal rapporto stesso, nessuno sa cosa ci riserverà il futuro. Non ci resta che dire: ai posteri l'ardua sentenza. (Rita Bettaglio)














Postato da: cyberpanc a 14:02 | link | commenti

"Il Social Forum ha ...

"Il Social Forum ha messo i poveri da parte"

GWN ­n.4 - 2004. Dopo sei giorni di lavori il Forum Sociale mondiale (Fsm) si è concluso il 21 gennaio con una manifestazione nel centro di Mumbay, capitale economica indiana.
Questo è stato il primo anno che il Forum non si è tenuto a Porto Alegre in Brasile. La scelta di spostarsi in Asia è stata presa con la speranza di dare maggior sostegno ad un continente abitato dalla metà della popolazione mondiale e oppresso da povertà e ingiustizie.
Ma l'integrazione tra attivisti occidentali e rivendicazioni delle popolazioni locali non ha trovato molti punti di accordo. L'agenzia di stampa missionaria Asia news (www.asianews;it) del 21 gennaio riporta alcune dichiarazioni critiche:
Daybay, 63 anni, attivista indiana, ha commentato ad Asia News: "Non so se questo può essere considerato un grande raduno di attivisti. Loro dovrebbero unirsi a noi. Per capire gli abitanti dei villaggi, dovresti vivere come loro! ".
Il gesuita Jo-Jo Fung che lavora con le popolazioni indigene dell'est-asiatico, presente in qualità di membro di una delegazione internazionale guidata dai gesuiti, ha duramente criticato la gestione del forum: "la presenza al Fsm dei gruppi marginalizzati è stata davvero impressionante e commovente: nonostante questo, lo stesso Forum, che ha come obiettivo quello di accrescere la capacità di autodeterminazione dei poveri, sembra averli messi da parte, relegandoli in piccoli spazi in cui potevano esibirsi nelle loro danze". Il gesuita continua sostenendo che, il fatto di tenere queste danze e manifestazioni ancora una volta "fuori" del palco principale, sta a simboleggiare che il Forum stesso ha in certo senso fallito nella liberazione di questi oppressi. Quindi si chiede "il Fsm è davvero portatore di libertà per coloro che intende liberare? E' giusto che la voce degli "outsiders", ovvero gli intellettuali, sia scelta per essere la "voce" dei senza voce? Nessuno fra gli "insiders", Adivasi, Dalits, contadini, minatori o donne delle campagne, ha avuto spazio per parlare di sé o del proprio popolo. Trovo questa dissonanza una grave ingiustizia commessa contro gli emarginati".

Verrebbe da dire: "Svegliatevi, cattolici. Non fatevi menare per il naso dai no-global eco-anarco-anti, ecc...."





Postato da: cyberpanc a 13:57 | link | commenti

Gli agricoltori bras...

Gli agricoltori brasiliani entusiasti della soia GM

GWN n.4 -2004. Gli agricoltori brasiliani dello stato del Rio Grande do Sul hanno visto il loro reddito aumentare sensibilmente grazie ai ricchi raccolti di soia geneticamente modificata.
Gli abitanti della zona di Jùlio de Castilhos, discendenti di poveri immigrati italiani e tedeschi sono oggi in grado di acquistare le  più moderne macchine agricole, mandare i propri figli all'università o permettersi un viaggio in Europa, nelle terre dei loro padri e devono tutto questo alla soia GM.
Il ventiquattrenne agricoltore Rodrigo Martins ha dichiarato all'Associated Press (31 dicembre 2003): "Con la soia GM tu puoi ottenere molti più profitti in 6 mesi che in un anno con le sementi tradizionali, ed il lavoro è meno faticoso! ."
Le sementi GM utilizzate contengono un gene di un batterio che le rende resistenti al noto diserbante Roundup: così gli agricoltori possono utilizzare il diserbante per eliminare le erbacce durante la fioritura della soia.
Le sementi transgeniche sono state introdotte nella zona da un uruguaiano nel 1996 e, da allora, sono state replicate localmente. Si calcola che dal 10 al 20% dei raccolti brasiliani di soia provengano da sementi "di contrabbando" perché in Brasile come anche in Europa le sementi di soia GM non sono state ancora autorizzate.
Gli agricoltori sanno che è illegale ma sostengono che questo porterà  il governo a legalizzare la soia transgenica. In parlamento è in corso di discussione un pacchetto di leggi per permetterà e regolamenterà le biotecnologie in agricoltura.
La richiesta mondiale di soia è cresciuta enormemente e, in risposta, la produzione brasiliana ha toccato vertici inauditi. Si prevede che il Brasile sorpasserà gli USA come primo esportatore mondiale di soia. Nello stato di Rio Grande do Sul il 90% della produzione di soia è transgenica, secondo gli esperti. A parte le giuste recriminazioni della multinazionale che distribuisce le sementi "contrabbandate", recriminazioni cui dovrà dare una risposta il governo di Lula, è interessante il fatto che gli agricoltori, abbiano scelto di utilizzare ogm, a seguito degli ottimi risultati ottenuti.
Nello stato di Rio Grande do Sul, grande come il Kansas e l'Iowa insieme, ci sono attualmente più di 100mila coltivatori di soia e l'economia dello stato si è modificata: l'allevamento, fino ad ora principale occupazione della zona, ha ceduto il passo alla coltivazione della soia, il cui rendimento è il triplo. Ciò ha portato maggiore ricchezza e questa si tradurrà in migliore livello di vita e d'istruzione. Anche gli scettici sono stati convinti dai risultati. "Non ci potevo credere," ha detto Oli Amadeu Facco, coltivatore 35enne che ha visti i suoi raccolti aumentare del 50% con le sementi GM, "ma la soia è cresciuta più verde, semplicemente magnifica" (Rita Bettaglio)









Postato da: cyberpanc a 13:52 | link | commenti